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martedì 5 marzo 2013

"Quanta strada aggio fatto.."


"Quanta strada aggio fatto
pe' sagli' sta fortuna
senza giacca e cravatta
accussì so' venuto.."

Niente costringe all'introspezione come un viaggio notturno in pullman. Solo tu, il passeggero accanto con cui non è aria (semmai fogna), il russare generale che pare un OM conciliante, la nebbia che nasconde e subito svela il tir ingioiellato di turno. Ogni tanto si vede pure una stella e il telefono è scarico.
Inevitabile. La mente va lì. 
Un grosso mammutir minaccioso e solenne, come un papa di Prada vestito, mi viene incontro e barrisce: ecco come mi figuro un trip da allucinogeni. 

La mente da mo che sta lì. Il tir mi è passato sopra tre volte. 

I primi anni di università, chissà perché, non contemplavo altri mezzi di trasporto per le solite tratte, Matera-Pisa e viceversa. Oggi, che non è passato poi tanto, sembra un anacronismo che ci si possa accontentare di viaggiare così scomodi, così lenti. Il pullman sfreccia, eh, ma ci metteremo ugualmente le nostre quindici orette. 

Alla mente non sono concessi quasi mai momenti di lucidità ininterrotta da stimoli, indisturbata dal bombardamento mediatico perenne. Quando non ci secca nessuno, ce la cerchiamo: giochiamo (chi a Ruzzle, chi a Wordament, come la sottoscritta che non ha l'Iphone). Prima non è che fosse diverso: facevo un cruciverba dietro l'altro, rabbiosamente. La crapa doveva, deve!, restare fresca il più possibile.
Però poi capita di viaggiare in pullman e di avere un libro di narrativa tra le mani dopo secoli, peraltro quello in cui compaio come co-autrice. Sarà il caso di leggerlo. In un racconto mediocre viene espresso il ritrito concetto del primo amore che non si può eguagliare e SBAM.